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Salute e sicurezza sul posto di lavoro

Spira un vento nuovo: l’UDSC tiene conto delle preoccupazioni dei sindacati in merito alla sicurezza

Negli ultimi tempi il vento è girato segnando un’inversione di tendenza che dal nostro punto di vista va considerata positiva. Finalmente l’UDSC prende sul serio le associazioni del personale. Il merito va in primo luogo alla nuova capodipartimento, Karin Keller-Sutter, che ci ha dato ascolto. Il DFF ha infatti assegnato all’ex consigliere di Stato argoviese Urs Hofmann il mandato di fungere da mediatore e di valutare attentamente le nostre osservazioni.

Nelle argomentazioni riguardanti le regole d’impiego 360° abbiamo messo in dubbio la conformità alla legge delle disposizioni sul porto e l’uso dell’arma. Abbiamo inoltre messo in guardia dai pericoli di un’istruzione di tiro e di difesa personale insufficiente nell’ambito di ALLEGRA e per gli specialisti. Il DFF ha capito la nostra posizione e, d’intesa con l’UDSC e con Garanto, ha adottato alcune misure:

  • L’UDSC precisa l’art. 232 dell’ordinanza sulle dogane e definisce regole chiare per gli interventi 360°. È incontestato che per questi interventi il porto dell’arma ai sensi dell’art. 228 OD è lecito.
  • Viene organizzata una tavola rotonda sull’istruzione di tiro e di difesa personale nell’ambito di ALLEGRA e per gli specialisti.
  • Le associazioni del personale verranno sentite tempestivamente in merito a tutte le questioni rilevanti nell’ottica del personale.

Finalmente anche il personale può raccogliere i frutti del lavoro sindacale: Garanto ha presentato i propri argomenti in modo molto dettagliato e li ha fatti valere con determinazione. Siamo riusciti a crearci un varco che ci permetterà di garantire anche in futuro la sicurezza e la protezione giuridica sul posto di lavoro.

Sappiamo tuttavia di non essere arrivati alla fine dei nostri sforzi. Ci aspettano ancora negoziati duri ma vi ringraziamo sin d’ora per i vostri riscontri, anche per quelli più critici.

Con il lavoro notturno salgono i rischi di salute e altro

Lavorare di notte non è adatto praticamente a nessuno, e non solo per motivi di salute. Eppure, circa un quinto dei dipendenti in Svizzera lavora regolarmente di notte, soprattutto nel settore della sanità, della polizia e dei servizi di sicurezza. A risentirne sono la psiche, la vita sociale e, in alcuni casi, anche la carriera professionale. Ne parliamo con il dottor Martin Meyer, ricercatore in cronobiologia.

Il Centro di cronobiologia di Basilea, che fa parte della Clinica psichiatrica universitaria, è uno dei centri leader a livello mondiale per la ricerca sul sonno. Oltre ai disturbi del sonno, questa disciplina studia l’orologio interno degli esseri umani che stabilisce il ritmo del sonno e della maggior parte dei processi metabolici.

Il sonno è regolato principalmente da due fattori: il tempo di veglia (quanto tempo restiamo svegli) e l’orologio interno (in gergo: ritmo circadiano). Secondo il nostro orologio interno, la sera il cervello rilascia ormoni per addormentarsi la sera e risvegliarsi al mattino. Ecco perché il turno di notte è una sfida particolare: il corpo fa esattamente il contrario di ciò che gli ordina il cervello.

Il cronobiologo Martin Meyer ci ha illustrato i problemi, le sfide, le strategie e le misure efficaci legate ai turni di notte.

Dottor Meyer, anche gli ospedali lavorano 24 ore su 24. Che provvedimenti adottano le strutture mediche?

Tutti i medici assistenti che fanno il turno di notte sono sottoposti a un controllo sanitario continuo, soprattutto quelli che soffrono di diabete, ipertensione e sovrappeso e quelli più anziani. Si tratta di fattori di rischio specifici per il lavoro a turni che vengono inclusi nella valutazione dell’idoneità. Gli ultracinquantenni, in particolare, hanno sì una maggiore esperienza di vita e conoscono i propri limiti, ma si adattano anche meno al lavoro notturno dal punto di vista psicofisico. Dormono meno e male durante il giorno e recuperano meno bene dopo un turno di notte. A livello medico, si consiglia quindi di non fare turni di notte dopo i 50 anni.

Quali fattori esterni devono essere presi in considerazione?

Un lungo tragitto casa-lavoro, un secondo impiego e obblighi privati o sociali rappresentano un carico particolare e sono presi in debita considerazione nella valutazione dell’idoneità del personale ai turni di notte.

Quali sono gli effetti collaterali tipici che si possono osservare di giorno nelle persone che fanno il turno di notte?

Gli effetti collaterali variano molto da persona a persona. Quando si dorme durante il giorno, si è più stanchi, più irritabili, ci si concentra meno e si soffre con maggiore frequenza di mal di testa e disturbi dell’appetito. Questo è per lo meno quanto osserva la medicina del sonno, oltre a svogliatezza, depressione, consumo di sonniferi e alcol e sovrappeso. Inoltre, alcune persone soffrono di stress sociale perché la loro vita sociale risulta compromessa dal lavoro notturno. Il lavoro nei fine settimana e nei giorni festivi complica ulteriormente questa situazione.

Esistono tipi di malattie più frequenti tra i lavoratori che fanno i turni di notte?

L’incidenza di tumori, soprattutto al seno, sovrappeso, ipertensione, diabete e demenza aumenta fra coloro che fanno regolarmente turni di notte. Ma non ci sono studi che abbiano finora dimostrato un nesso di causalità, ossia una spiegazione medica della correlazione.

Quali sono i rischi a cui bisogna prestare particolare attenzione durante un turno di notte?

La memoria, la concentrazione e l’attenzione sono ridotte, soprattutto tra le 4 e le 6 del mattino. Queste sono le due ore in cui storicamente si riscontra una quantità sproporzionata di disastri. Gli errori e le decisioni sbagliate, in queste ore, aumentano considerevolmente. Sarebbe molto più sicuro programmare i cambi di turno alle 4 del mattino anziché alle 6. Anche il rientro a casa presenta dei rischi. Chiunque torni a casa dopo un turno di notte deve sapere che il rischio di incidente dovuto al microsonno e alla disattenzione è molto più alto. Questo pericolo aumenta con l’età. Si consiglia di fare un pisolino prima di partire, soprattutto se il tragitto verso casa è lungo. Guidare per un’ora in autostrada presenta il rischio maggiore a causa della monotonia.

Cosa dovrebbero spiegare i datori di lavoro ai lavoratori in merito al turno di notte?

Ai datori di lavoro consiglio di far capire alle collaboratrici e ai collaboratori che durante il turno di notte avranno per forza dei cali di rendimento. Nei turni di notte bisogna essere molto prudenti: si commettono molti più errori e si corrono molti più rischi. Più si è stanchi, più si diventa impulsivi: non si cambia la propria bussola morale, ma si commettono errori, si prendono decisioni sbagliate. Insomma, la capacità di prendere buone decisioni diminuisce e l’autovalutazione si fa acritica. Non si notano più i propri errori. Negli ospedali, ad esempio, esistono speciali procedure standard per la notte: ogni azione viene controllata sistematicamente e bisogna attenersi rigorosamente al protocollo per evitare disastri.

Che dire della coscienziosità e della puntualità?

Chi lavora a turno è di solito molto puntuale e coscienzioso. Se si presenta alle 8 invece che alle 6, fa presto a diventare impopolare nel team. Per questo la puntualità di per sé non si è mai rivelata un problema.

Quali trucchetti aiutano a preparare bene il turno di notte?

La sera, prima di iniziare il turno, si dovrebbe bere caffè, assumere caffeina. Se il protocollo lo consente, ci si dovrebbe concedere anche un pisolino durante la notte. Altrimenti, consiglio di rimanere sempre attivi per sollecitare il cervello a rimanere sveglio ed evitare che il corpo si spenga. Si possono fare pause attive, cioè muoversi all’aria aperta per rinfrescare la concentrazione. Questo aiuta a superare le crisi intermedie.

Come valuta la situazione di quei dipendenti che non sono più giovani e che si trovano per la prima volta ad affrontare i turni di notte?

Per loro, i turni di notte comportano un cambiamento enorme. Non solo in termini di salute. Tutto il loro contesto viene stravolto. Ricordiamo che lo svizzero medio vive di norma in una relazione, ha obblighi privati e amicizie, magari anche qualche attività sociale o sportiva. Con i frequenti turni di notte, vi deve rinunciare in gran parte. È un cambiamento enorme nel ritmo della vita, per tutto il suo sistema sociale. Ne soffre anche chi gli sta vicino. Secondo i terapeuti, la fase di transizione ai nuovi ritmi dura di solito diversi mesi. È un processo che non può essere assimilato in pochi giorni.

Quale routine quotidiana consiglierebbe nei giorni in cui si lavora di notte?

Chi lavora dalle 5 alle 12 e poi inizia il turno di notte alle 22, incontra una difficoltà: se mangia a mezzogiorno dopo il lavoro, è probabile che abbia difficoltà a dormire, anche se sarebbe importante farlo per esempio almeno dalle 13 alle 16. Prima del turno di notte, dovrebbe cenare e, se possibile, fare un pisolino prima di iniziare il turno. Chi invece fa più turni di notte consecutivi dovrebbe far coincidere l’intero programma, in particolare gli orari del sonno e dei pasti, con gli orari di lavoro. Questo significa pranzare a metà del turno e andare a letto solo in tarda mattinata, ma dormire più a lungo.

Qual è il modo migliore per riprendersi dopo i turni di notte e tornare alla normalità quotidiana?

Invece di starsene sdraiati, cosa che si riscontra tipicamente fra le persone che lavorano spesso di notte, consiglio attività fisiche leggere come passeggiare, andare in bicicletta o fare giardinaggio; socializzare, mangiare regolarmente, rilassare lo spirito. È inoltre importante trascorrere il tempo libero all’aria aperta per beneficiare della luce e sostenere l’orologio interno, invece di stare a casa davanti alla tivù.

Quali sono i tipici segnali di allarme che indicano che i turni di notte stanno diventando troppo gravosi?

Stanchezza diurna, disturbi del sonno, insonnia, maggiore consumo di alcol, irritabilità, svogliatezza, tratti depressivi e comportamenti asociali, cioè non aver voglia di stare in compagnia.

Quanto è importante un atteggiamento positivo per affrontare meglio i turni di notte?

Un atteggiamento positivo nei confronti della notte aiuta sicuramente. Spesso la motivazione è finanziaria visto che i turni di notte sono meglio retribuiti. Questo è importante e giusto, ma allo stesso tempo invoglia le persone a lavorare di più di notte, cosa che può risultare controproducente per il tenore di vita. Il monitoraggio della salute, effettuato da un medico appositamente formato e in grado di dire con certezza che il lavoro a turni non è più indicato, risulta quindi fondamentale. Non devono assolutamente conseguirne svantaggi professionali se un medico nega ad un impiegato l’idoneità.

Portare un’arma è una questione delicata sotto diversi aspetti

La questione del porto dell’arma è problematica dal punto di vista personale. Tocca le collaboratrici, i collaboratori, il datore di lavoro e cambia il mansionario. Quali domande dobbiamo porci se vogliano armare il personale neoassunto? Abbiamo sottoposto a Markus Mohler l’elenco degli obblighi di uno specialista di dogana e gli abbiamo chiesto se una persona con questo profilo potrebbe svolgere compiti di polizia e portare un’arma.

Signor Mohler, ritiene possibile che gli attuali specialisti di dogana possano essere riqualificati e svolgere compiti di polizia?

Secondo me non si tratta di una riqualifica, ma di una formazione supplementare molto impegnativa che richiede determinati presupposti e che durerà diversi mesi. Le collaboratrici e i collaboratori devono seguire una formazione giuridica approfondita: diritto costituzionale, diritti fondamentali, principio di proporzionalità nelle situazioni più difficili, leggi specifiche (disposizioni sull’uso delle armi da fuoco, codice penale), etica. La formazione deve inoltre soddisfare i principi fondamentali per l’impiego della forza e l’uso di armi da fuoco da parte di funzionari con competenze di polizia (risoluzione ONU 45/120, 14.12.1990). Ricordo che nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato questi principi vincolanti per tutto lo spazio di applicazione della CEDU. Va tenuto conto anche delle disposizioni del Codice europeo di etica per la polizia (Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 19.9.2001; cfr. Polizeiberuf und Polizeirecht im Rechtsstaat, 2020, Markus Mohler). Oltre a una formazione teorica accurata, servono allenamenti pratici e una formazione tattica corretta, non da ultimo per evitare di dover effettivamente usare le armi. Infine, i primi interventi vanno svolti sotto l’attenta supervisione di sottufficiali adeguatamente formati.

«Secondo me non è possibile trasformare in un tiratore scelto una persona che ha sempre lavorato nell’amministrazione»

Molti specialisti di dogana sanno che rinunciando all’arma perderanno il loro posto. Cosa ne pensa?

Per portare un’arma e usarla bisogna avere una certa idoneità, la stessa richiesta alle guardie di confine. Secondo me non è possibile trasformare in un tiratore scelto una persona che ha sempre lavorato nell’amministrazione, ossia che ha sempre svolto compiti per i quali non doveva prendere in una frazione di secondo decisioni fondamentali per l’incolumità fisica e psichica di altri. Non si può cambiare una persona che non dispone dei requisiti individuali necessari (carattere, capacità di decidere, autocontrollo, psiche). Anche chi ha superato l’esame di polizia può rivelarsi inadeguato durante la formazione.

«L’uso dell’arma è sempre difficile da elaborare psicologicamente anche per le collaboratrici e i collaboratori adeguatamente formati»

Quali rischi ci sono?

I rischi sono numerosi soprattutto a livello di dipartimento/UDSC. Se un collaboratore o una collaboratrice con una formazione insufficiente usa l’arma in modo inappropriato, la responsabilità penale è dei quadri superiori. Per quanto riguarda la singola persona, si tratta di un uso dell’arma illecito o sbagliato dal punto di vista tattico/tecnico. In determinate circostanze potrebbe verificarsi anche il caso contrario: la persona non usa l’arma per un’incapacità psichica sebbene la situazione lo richieda. Comunque sia, l’uso dell’arma comporta una pressione psicologica almeno inizialmente anche per le collaboratrici e i collaboratori adeguatamente formati. Ferire o addirittura uccidere qualcuno è un carico che può affliggere a lungo. Dipende molto da persona a persona e da come il singolo gestisce l’evento: «Cosa ho fatto giusto? Cosa ho sbagliato? Avrei potuto evitarlo?».

Il cinturone di una persona che non porta volentieri l’arma può includere lo spray al pepe, il manganello e le manette?

Sono strumenti che bisogna imparare a usare correttamente sebbene pongano esigenze meno elevate rispetto all’arma. Anche se non sono letali, se usati in modo scorretto possono risultare pericolosi e/o illegali e questo può portare a un procedimento penale.

Se Lei fosse addetto al reclutamento del personale, quali domande porrebbe alle candidate e ai candidati da armare?

Secondo me il colloquio di assunzione non basta perché non permette di affrontare i punti essenziali. Le candidate e i candidati devono seguire un iter come quello per il Corpo delle guardie di confine o della polizia. Non per nulla agli agenti delle polizie comunali è stata tolta la dicitura «Polizia»: non soddisfavano gli standard dell’esame finale della formazione di base (che adesso dura due anni).

«Il colloquio di assunzione non basta perché non permette di affrontare i punti essenziali»

Cosa raccomanderebbe ai collaboratori che non hanno prestato servizio militare per motivi etici?

Impiegare queste persone in funzioni che prevedono l’uso della coercizione e delle armi mi sembra contradditorio.

Quali corsi di ripetizione e esercitazioni servono per non perdere l’idoneità all’uso dell’arma?

Serve la pratica. Non si tratta solo della capacità e dell’abilità di tiro. Disponiamo da tempo di esercizi su supporti video che simulano situazioni difficili per permettere agli agenti di polizia di allenarsi e mantenere la necessaria reattività.

L’AFD suggerisce la sicurezza senza formazione

I problemi che abbiamo denunciato nella nostra lettera del 30 settembre sono stati discussi per la prima volta con il consiglio di direzione in occasione della conferenza informativa con i partner sociali del 9 novembre.

I membri del consiglio di direzione presenti hanno affermato di non vedere alcun problema adducendo che anche nei corpi di polizia agenti armati e ausiliari non armati lavorano fianco a fianco con la stessa uniforme. Garanto sa di poter contare sul sostegno della FSFP, che chiede a sua volta una chiara distinzione tra le due funzioni.

Il presidente centrale Levrat ha ribadito la posizione di Garanto: “Prendiamo atto delle vostre considerazioni ma con l’uniforme unica lasciate intendere a terzi (polizia) e agli specialisti doganali che tutti hanno seguito la necessaria formazione. Date così un’immagine che non corrisponde al vero”. Garanto ritiene che l’AFD è chiaramente responsabile se capita qualcosa e sarà sempre confrontata con questa situazione perché non rinunceremo alle nostre rivendicazioni.

  • L’introduzione di un obbligo in tal senso va posticipata finché non entreranno in vigore le pertinenti basi legali. Nel frattempo trova applicazione l’articolo 91 capoverso 2 della legge sulle dogane.
  • Il personale potrà indossare la stessa uniforme solo quando avrà completato la formazione in materia di sicurezza.
  • Inoltre, le regole d’impiego a 360° di cui al capitolo Regole d’impiego P a pagina 4 vanno adeguate in modo che l’attività di controllo nel traffico viaggiatori sia ammessa solo quando si potrà garantire che il personale addetto agisce in sicurezza

Signor Bock, la smetta di mettere a repentaglio la sicurezza del personale doganale!

Garanto chiede da settimane lo stop immediato dell’esperimento che prevede interventi congiunti tra guardie di confine e personale tecnico.

Christian Levrat, presidente centrale di Garanto, ha segnalato già il 1° marzo in un comunicato stampa che il personale tecnico non dispone dell’equipaggiamento di sicurezza necessario, non è preparato ai compiti da svolgere e non saprebbe gestire eventuali problemi. Anche le guardie di confine si sentono sotto pressione visto che devono proteggere colleghi che non dispongono di un’arma né della formazione richiesta a livello di sicurezza.

 Le voci del personale dell’AFD

Per verificare queste considerazioni, la redazione ha interpellato il personale uniformato e quello della carriera civile di tutte le regioni linguistiche. Ecco alcune risposte:

«La collaborazione del personale tecnico nei controlli delle persone al confine non apporta alcun valore aggiunto. È uno spreco di risorse»

«I team misti tra Cgcf e personale tecnico per i controlli delle persone non è previsto dai contratti di lavoro e tanto meno rientra nella struttura organizzativa dell’AFD prevista dalla legge sulle dogane in vigore. Occorre valutare la legittimità di questi interventi»

«Sul comportamento da tenere durante un controllo è stato organizzato un corso di una giornata, ampiamente insufficiente»

«Quattro ore di formazione sulla sicurezza sono assolutamente ridicole. Ci sono buone ragioni per le quali le guardie di confine hanno dovuto seguire anni di formazione. I team misti mettono a repentaglio la vita dei colleghi armati e di quelli senz’arma»

«I giubbotti antiproiettile e antitaglio sono stati distribuiti solo a fine 2020 e solo a singoli agenti»

«Il materiale disponibile è insufficiente. I giubbotti di protezione non bastano e gli agenti hanno dovuto dividerseli»

«Per mesi non c’è praticamente stato nessuno scambio con i nostri superiori sulle difficoltà riscontrate durante i controlli congiunti»

«L’insicurezza e la paura contraddistinguono l’attività di controllo»

«Inizialmente si è detto che Cgcf e dogana civile avrebbero collaborato ma di fatto noi dipendenti tecnici siamo soli nel 90% del tempo»

«Il personale della carriera civile non è pronto a individuare i criminali al confine»

«Nessuno si azzarda a criticare le nuove disposizioni. Tra il personale serpeggiano paura e rassegnazione»

Responsabilizzarsi, fine agli esperimenti!

Davanti a tutte queste esperienze e feedback Garanto si appella al senso di responsabilità del comitato direttivo dell’AFD: «Direttore, fermi immediatamente questi esperimenti! Riprenda i controlli congiunti solo quando il personale della carriera civile avrà seguito una formazione SIT adeguata come le guardie di confine».

Qualità dell’aria: una nuova sfida per Garanto

Nel febbraio 2018, l’ufficio doganale di Bardonnex, in particolare le cabine sull’area riservata al traffico pesante e il posto gcf, è stato oggetto di un controllo della qualità dell’aria. Ora, a quasi un anno di distanza, abbiamo ricevuto i risultati: «La qualità dell’aria è eccellente. Nessuna sostanza o gruppo di sostanze rilevate supera la metà dei valori limite prescritti. Nota A+».

Ma di cosa stiamo parlando? Alcuni colleghi si sono interrogati sulle sostanze effettivamente analizzate.

Risposta: Le sostanze analizzate sono:

  • Monossido di carbonio CO
  • Diossido di carbonio CO2
  • Composti organici volatili COV
  • Aerosol PM10

Mi sono quindi rivolto al servizio Immobili per capire lo scopo del controllo. Risposta: «Volevamo sapere se i lavori eseguiti sugli impianti di ventilazione degli stabili avevano o meno contribuito a migliorare la qualità dell’aria». Ringrazio il servizio Immobili per aver disposto il controllo e so che in questo senso sono previsti altri interventi.

Peccato che il risultato sia arrivato quasi un anno dopo e le sostanze analizzate siano state comunicate solo su esplicita richiesta. Informando direttamente gli interessati, ossia il personale, si sarebbero potuti evitare molti pettegolezzi e molti dubbi: «Ci nascondono la verità».

Mi chiedo quando si condurrà un controllo della qualità dell’aria per determinare l’inquinamento provocato dal traffico stradale in vari periodi dell’anno. Non solo sulla strada ma anche negli uffici visto che è stata rilevata la presenza di diossido di carbonio (CO2) e di polveri fini (PM10).

Bisognerebbe considerare anche altre sostanze come il monossido d’azoto (NO), il diossido d’azoto (NO2), l’ossido d’azoto (NOx) e le polveri fini (PM2,5 & PM1,0).

Come osserva giustamente l’Ufficio federale dell’ambiente nella sua scheda informativa, è documentato che l’inquinamento atmosferico provoca malattie e decessi prematuri e che le persone più esposte sono quelle che vivono nei pressi degli assi stradali maggiormente trafficati. In Svizzera l’inquinamento atmosferico provoca 2200 decessi prematuri ogni anno. Anche se non viviamo tutti vicino a strade molto trafficate, dobbiamo ammettere che alcuni agenti doganali e guardie di confine trascorrono oltre un terzo del loro tempo di lavoro a diretto contatto con il traffico.